Nun Milano

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Nun, un locale bikefriendly a Milano

Ottimo locale bikefriendly per un pranzo veloce e di qualità


Per la mia personale rassegna di locali bikefriendly, desidero segnalare il milanese "Nun, the taste of the middle east".
Si tratta di un locale che possiamo definire fast-food che si ispira ai sapori della cucina mediorientale, proponendo delle varianti di kebab preparate con ingredienti di qualità.

Nun è bikefriendly: se ci andate con una bicicletta pieghevole ve la lasceranno tenere piegata all'interno, mentre le bici normali, per una questione di spazio, dovranno essere lasciate all'esterno. Tuttavia saranno sempre visibili dalle ampie vetrate se decidete di consumare all'interno, altrimenti potete sedere sui tavoli esterni.

Nun all'esterno mette anche a disposizione una pompa per gonfiare le ruote.
I dipendenti sono giovani, cordiali e parlano un ottimo inglese. Questo spiega anche la presenza della clientela europea che lo frequenta.
Il cibo è ottimo e consiglio sicuramente una visita per un pranzo informale e alternativo.

Questo è il sito web: www.nunmilano.com
Nun si trova in via Spallanzani 36, via parallela a corso Buenos Aires, nei pressi della fermata metropolitana di Porta Venezia.




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Recensione copertoni Kenda Nevegal

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Recensione copertoni Kenda Nevegal

Test su strada dei copertoni da MTB Kenda Nevegal da 30 tpi


Kenda Rubber Industrial Company, questo è il nome esteso di quello che attualmente è un colosso della produzione di pneumatici.
Nasce come manifattura orientale nel 1962 e da allora progetta e produce copertoni per ogni tipo di veicolo. Il settore del ciclismo fu uno dei suoi primi campi e il livello tecnico che ha recentemente raggiunto Kenda, dimostra il desiderio di continuare ad investire nel settore.

Kenda, anni fa, progettò un copertone artigliato multiuso: un giusto compromesso per l'utilizzo freeride, enduro o trail tecnici.
Un modello per ogni condizione di fondo: molle o compatto, liscio o roccioso.
Chiamò questo copertone "Nevegal".

Da allora il Nevegal è stato perfezionato e sono ora disponibili diversi modelli dello stesso prodotto, ma oggi vi parlerò del primo modello, quello storico!

La carcassa

Il Nevegal di prima progettazione si distingue per il valore "tpi": 30.
Basso, bassissimo, difficile trovare adesso gomme simili anche nella fascia di prezzo inferiore.
Una carcassa a bassi TPI significa che il copertone presenta un'alta percentuale di gomma pura per riempire i fili di costruzione; ne consegue un alto spessore, peso superiore, minore flessibilità, alta resistenza al rotolamento e minor comfort.

L'immagine mostra il profilo del battistrada del Kenda Nevegal con tasselli larghi e pronunciati
Il profilo del battistrada del Kenda Nevegal presenta tasselli larghi e pronunciati

Sulla carta sembrerebbe un pessimo copertone, invece il "Kenda Nevegal" è un prodotto onestissimo!
Sia chiaro: essendo un tuttofare non eccelle in nulla, ma al contempo possiede il giusto equilibrio per poter assolvere egregiamente a vari compiti.

Decido di testare una coppia di questi copertoni in misura da 26x2.10; sistemo d'abitudine una fascia in kevlar antiforatura della Geax all'interno della copertura e procedo nel montaggio.
La prima versione dei Nevegal è ovviamente rigida e penso di dover penare un po' nel montaggio. A sorpresa calzano invece benissimo, morbidi abbastanza da poterlo fare senza leve apposite.

Sebbene il basso valore di TPI offra una certa garanzia di resistenza a forature e tagli nelle spalle, la carcassa viene assemblata senza materiali di protezione alle forature. Per sicurezza, su gomme simili, preferisco montare delle fasce in kevlar: aumentano di qualcosa la resistenza al rotolamento, ma garantiscono maggior sicurezza quando ci si trova ad un centinaio di km da casa.
Teniamo presente anche che la velocità non è prerogativa di questi Nevegal, quindi la scelta è sensata.

Il battistrada

Il battistrada è direzionale e l'aspetto visivo è aggressivo: scolpito bene, scanalati cattivi, tasselli centrali ravvicinati per la marcia su fondo compatto e catene ausiliarie di tasselli larghi a contorno per artigliare il terreno ed espellere rapidamente fango e sassi.

Mi sarei aspettato un monomescola in questa classe di gomme, invece Kenda ha utilizzato la propria "DTC": dual tread compound.
La fascia tassellata centrale presenta quindi una mescola più dura, 60sA, mentre le fasce laterali sono in morbida 50sA.
La differenza di mescola consente una maggior velocità sul dritto compatto, unita ad un basso consumo della gomma e ad un grip ridotto, mentre le fasce laterali garantiscono flessione e grip nelle curve o nei tratti sterrati in cui si richiede una presa decisa.

L'immagine mostra una ruota con il copertone Kenda Nevegal che appare massiccio e largo anche nella misura 26x2.10
I Kenda Nevegal appaiono massicci e larghi anche nella misura 26x2.10

Decido di provare questa coppia di "Kenda Nevegal" su percorso misto: asfalto urbano per l'avvicinamento; sterrato compatto di ciclabili; sottobosco bagnato e fangoso; sabbia; sponde di fiume con pietraie di piccola sezione.
Qualche strappo breve ma con pendenze aggressive mi consentirà di testare il grip con il peso quasi del tutto al posteriore.

Test su asfalto

Inizio il test su strade urbane trafficate: 22 km di pianura che percorro a bassa media.
Decisamente l'asfalto non è il terreno ideale per i Nevegal! I grandi tasselli scorrono lenti e sembrano refrattari a mantenere andature più sostenute. La resistenza al rotolamento si avverte, ma al contempo sono sicuri, decentemente comodi, capaci di affrontare ogni imprevisto, buca o sconnesso che sia.
La generosa impronta a terra permette di fermarsi in spazi ridotti e le vibrazioni trasmesse al manubrio durante la marcia sono accettabili.
Il rumore di rotolamento da carrarmato è un classico che i biker conoscono bene!

Test su sterrato compatto

Eccomi sulla ciclabile, fondo sterrato di terra battuta e sassolini, molto compatto. 35 km di piano e qui posso permettermi un po' di divertimento bloccando il posteriore per derapare e testare la tenuta: ottima direi! Il retrotreno scappa solo se lo vogliamo veramente e in derapata il controllo è ottimale!
Il suono dei tasselli laterali che mordono, di tanto in tanto, il brecciolino mi trasmette un buon feeling.
Il rumore di rotolamento appare abbastanza contenuto, le vibrazioni sono cresciute

L'immagine mostra il test su sterrato compatto del Kenda Nevegal
Sullo sterrato compatto il Kenda Nevegal procede sicuro e affidabile

Test in fuoristrada

Terza fase di test: bosco con fondo bagnato. Foglie marce, fango, radici affioranti, terriccio a tratti molle e a tratti duro.
Ecco il suo terreno ideale! Il Nevegal artiglia qualsiasi cosa capiti sotto ai suoi tasselli e lo torce per poi espellerlo con sicurezza. Si avanza lentamente perché questa é praticamente una single track, molto tecnica tra l'altro.
Le coperture forniscono un ottimo grip e un buon feeling, ma si sentono tutti i bassi TPI: la gomma ha bassa flessibilità e restituisce quindi molti scossoni facendomi saltellare sulla sella.
Nei tratti più sconnessi devo procedere in piedi sui pedali per poter eliminare l'effetto rimbalzo e dare maggior direzionalità alla bici.
Qualche strappo fangoso in salita mi fa ringraziare di non slittare, merito adesso di tutta la tassellatura che sta scavando solchi sicuri per farmi procedere.
Il terreno argilloso bagnato forma una fanghiglia molto tenace che si attacca al copertone e accresce il suo spessore ad ogni giro di ruota. Fortunatamente la spaziatura dei tasselli permette di espellere la maggior parte del materiale al primo pezzo di strada dritto, non appena aumenta la velocità.

Test su fondo sabbioso

Eccomi al fiume, il mio ultimo tratto di test.
Qui il fondo è sabbioso e i copertoni mostrano gli ovvi limiti della misura da due e dieci, unita al piccolo cerchio da 26.
Le ruote artigliano la sabbia e procedono, affondando solo dove il terreno perde anche la minima compattezza. Qui si rimpiange una misura da fat bike!
Proseguo, sbuffo e arranco, bilanciando bene i pesi riesco a trovare il giusto equilibrio di trazione. I Nevegal si comportano bene, su questo non si discute: fanno presa e fanno quel che possono. Non si può chiedere oltre a coperture di questa misura.

Test su pietre

Arrivo alle prime pietraie, distese di ciottoli levigati di fiume che affronto deciso saltellando sulla sella. Sempre questi bassi TPI! Troppi sobbalzi come risposta (non)elastica alle sollecitazioni.
Mi alzo sui pedali e testo il grip che appare nella media: onesto, ma non trascendentale. In queste ruote anche la mescola più morbida è fatta per durare, quindi non ci si può aspettare di avere la colla sulle pietre.
Apprezzo però la sicurezza della spalla, robusta e poco deformabile, l'ideale su terreni così accidentati. Mi consente di strafare con la sicurezza di non pizzicare e di non intaccare mai il cerchio!
I Nevegal superano anche le pietraie senza troppo penare.


Conclusioni

Difficilmente troverete in commercio questo primo modello di Nevegal, sarà ben più facile trovare le evoluzioni che partono dai 60 TPI fino ai 120, alcuni modelli dotati anche di inserti antiforatura e tripla mescola.

La foto mostra una ruota con calzato il copertone Kenda Nevegal: un onesto copertone tuttofare
Kenda Nevegal: un onesto copertone tuttofare

Se desiderate un copertone tuttofare, affidabile e durevole, i Kenda Nevegal fanno per voi!

Persino il modello che ho testato è una buona gomma: ti porta ovunque senza incertezze, non dovete però chiederle la velocità. Qui va in crisi!
Se pensate di utilizzarli maggiormente su asfalto o terreno compatto mi sento di sconsigliarli perché la resistenza al rotolamento è elevata e la generosa tassellatura la rende poco adatta a questo esclusivo terreno.
In definitiva direi: gomma onesta, dal giusto rapporto qualità/prezzo.

PRO
  • Resistenza della carcassa
  • Copertoni tuttofare
  • Doppia mescola
  • Buon grip fuoristrada
CONTRO
  • Elevata resistenza al rotolamento
  • Elevato assorbimento di watt
  • Carcassa di bassa qualità costruttiva
  • Nessun inserto antiforatura
  • Peso elevato

Valutazione prodotto:





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Come costruire una roulotte per bicicletta

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Roulotte per bicicletta

Come costruire un confortevole rifugio-roulotte per viaggiare in bicicletta.


Paul Elkins vive negli Stati Uniti e da molti anni progetta e realizza barche, rifugi, mobili, biciclette reclinate e molto altro ancora!
Utilizza principalmente materiale riciclato o a basso costo ed impiega tecniche di costruzione semplici, alla portata di chiunque.
Raccoglie le sue idee nel proprio sito web, dove è possibile acquistare i progetti per realizzare da sé le varie proposte.

Sebbene ogni progetto di Paul abbia qualcosa che mi piace o stimoli la mia fantasia, la mia preferenza va senza dubbio al suo progetto "Nomad bicycle camper": una roulotte leggera da trainare attaccata ad una bici!

Una foto che ritrae l'inventore Paul mentre traina il suo "nomad bicycle camper"
Una foto che ritrae l'inventore Paul mentre traina il suo "nomad bicycle camper".


Paul ha realizzato il suo progetto recuperando quattro grandi manifesti elettorali in plastica ondulata, il classico polionda; alcune tavole di legno in pino; viti; nastro adesivo e, soprattutto, fascette in plastica.

Paul seduto nella propria roulotte trainata dalla bici
Le dimensioni del rifugio sono adatte ad una persona, ma è possibile modificare i piani di costruzione per progettare una roulotte più grande.

Grazie ad una semplice tecnica derivata dalla "stitch and glue", che si utilizzava alla fine del 1960 in campo nautico, Paul fora i pezzi plastici tagliati e li assembla cucendoli tra loro con l'impiego delle fascette.

Una volta completata la struttura, interviene all'interno per la coibentazione e crea un piano cottura, i mobili e i ripostigli, l'impianto d'illuminazione a led alimentato da pannelli solari e tutto quanto possa essere utile o comodo per l'utilizzo.

L'interno del "camper da bici" è coibentato, confortevole e dotato di varie comodità.
L'interno del "camper da bici" è coibentato, confortevole e dotato di varie comodità.

La roulotte di Paul viene poi montata su un telaio solido fatto da longheroni in legno avvitati tra loro, dotato di una coppia di piccole ruote.
Un attacco all'estremità permette poi di agganciare la roulotte ad una bicicletta, una reclinata nel caso di Paul, e poi si è pronti a viaggiare con la propria piccola casa autocostruita!

Sul sito web sono in vendita i progetti dettagliati, ma guardando i video e le fotografie, con un po' di manualità, è possibile realizzare da soli il proprio "nomad bicycle camper".





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Materiali tecnologici per l'abbigliamento del futuro

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Nuovi materiali per abbigliamento fresco.

Il polietilene nanoporoso potrebbe essere il prossimo tessuto per i ciclisti e gli sportivi in generale.


I ciclisti fanno ampio uso di materiali tecnici sportivi: a seconda della stagione esiste lo specifico abbigliamento dotato di tessuti accoppiati a membrane tecniche per facilitare l'espulsione dell'umidità corporea, per riscaldare il corpo, per tenere fuori il vento ecc....

Ripararsi da freddo e vento, creando quindi indumenti specifici, appare tecnicamente più semplice rispetto al problema opposto che cerca invece di mantenere fresco il corpo quando si suda nelle giornate calde.

La ricerca scientifica si è da tempo concentrata su questo aspetto. In realtà il primo obiettivo non è quello sportivo, ma le ricadute secondarie toccheranno inevitabilmente anche questo segmento, dato che è comunque un mercato ampio, con consumatori disposti a spendere cifre elevate e affamato di novità.

Alla Stanford University, il dottor Yi Cui è professore di scienza dei materiali e ingegneria. Insieme al suo gruppo di ricerca ha affrontato il problema della dissipazione del calore corporeo attraverso l'analisi dei tessuti e dei materiali attuali. Per materiali si intende generalmente un tessuto ricavato dal filato di un materiale sintetico o da indumenti creati mediante l'accoppiamento di tessuti naturali e membrane sintetiche.

I tessuti attuali

Secondo il team di ricerca, gli abiti leggeri in cotone sono inadeguati perché assorbono la radiazione infrarossa emessa dal corpo, trattenendo calore. Inoltre ogni sportivo ha sperimentato sulla pelle l'effetto della sudorazione sui capi di cotone: si impregnano e rimangono bagnati.

Va meglio con i capi sportivi tecnici perché sfruttano meccanismi di assorbimento ed evacuazione del sudore per mantenere fresco e asciutto il corpo, ma senza sudore questo effetto non avviene.

Schema che mostra la differenza di funzionamento del nanoPE a confronto con un tessuto tradizionale ed uno in polietilene
Prestazioni di un tessuto tradizionale ed uno in polietilene a confronto con il nuovo materiale "Nanoporous PE"

Un nuovo materiale: il nanoPE

Ecco quindi che i ricercatori hanno messo a punto un nuovo materiale chiamato "polietilene nanoporoso" o "nanoPE": si presenta in fogli sottili di colore bianco, simile a fogli di plastica, ed è un materiale poroso che permette il raffrescamento del corpo senza necessità di elementi d'intervento.

Una foto che mostra un foglio di nanoPE
Il "nanoPE" si presenta in sottili fogli simili a plastica bianca

I pori hanno larghezze comprese tra 50 e 1000 nanometri e sono proprio questi fori di dimensioni minuscole a permettere la fuga della radiazione infrarossa, diffondendo al contempo la luce visibile, il che spiega il colore opaco del materiale.
Questo è importante perché, ad esempio, il comune polietilene è trasparente, una caratteristica inadatta alle fibre tessili.

Diversi schemi tecnici e grafici mostrano le performance del nuovo materiale polietilene nanoporoso
Schemi e grafici per illustrare il confronto di performance fra due tessuti standard e il nuovo polietilene nanoporoso

Il nanoPE viene già utilizzato nelle batterie agli ioni di litio, ma il team del dottor Cui è riuscito ad impiegarlo in un tessuto rivestendolo con una sostanza chimica che fa uscire l'acqua, accoppiando due strati di nanoPE ad uno di cotone. I tre strati vengono poi forati con microaghi in modo da facilitare il passaggio d'aria.

Secondo le prime sperimentazioni, il tessuto in nanoPE riesce a mantenere il corpo più fresco di due gradi rispetto al cotone.
Rimangono da testare ulteriormente la durata, il comfort e verificare se le tinture ne possano alterare le prestazioni.
Superati i test, il dottor Cui immagina i primi impieghi nelle uniformi e nell'abbigliamento tecnico per i lavoratori di fabbriche o ospedali.

La storia dei materiali insegna che il passaggio al mondo dello sport avviene in tempi rapidi, prepariamoci quindi al futuro abbigliamento sportivo in polietilene nanoporoso!




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